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Signore di Genova: 4 donne genovesi che hanno fatto la Storia

Simonetta Cattaneo Vespucci ritratta nella Primavera di Botticelli

Simonetta, la bellezza che si fece arte

Simonetta Vespucci, nata Cattaneo

Nel 1453 i nobili genovesi Gaspare Cattaneo della Volta e Caterina Violante Spinola ebbero una figlia, Simonetta. La sua vita sarà breve, ma diventerà uno dei volti più noti del Rinascimento.

A sedici anni Simonetta Cattaneo andò in sposa a Marco Vespucci, giovane proveniente da una potente famiglia di banchieri fiorentini e per altro imparentato con Amerigo Vespucci di cui era lontano cugino.

Il futuro sposo era venuto da Firenze a Genova dietro ordine paterno per studiare gli ordinamenti del Banco di San Giorgio e qui conobbe il padre di Simonetta, Gaspare Cattaneo, che del Banco di San Giorgio era Procuratore.

Il matrimonio tra Simonetta Cattaneo e Marco Vespucci fu celebrato nella Chiesa di San Torpete, alla presenza del Doge di Genova e dell’aristocrazia cittadina.

Affari e doveri famigliari richiamavano Marco Vespucci in Toscana e subito dopo le nozze Simonetta si trasferì a Firenze con lui. Appena arrivata in città, la coppia fu accolta da Giuliano e Lorenzo de’ Medici in persona con una sontuosa festa.

Quella che trovò Simonetta era una famiglia de’ Medici al massimo della sua potenza: Lorenzo era appena diventato capo della Repubblica e oltre a governare la città si circondò di pittori, scultori, musicisti, scrittori, filosofi… Artisti e intellettuali che resero Firenze un punto di riferimento culturale e uno dei centri più raffinati d’Italia e d’Europa.

Lei stessa bella, piena di personalità e raffinata, Simonetta affascinò l’intera corte medicea, a cominciare proprio da Giuliano de’ Medici che durante il torneo cavalleresco tenutosi in Piazza Santa Croce nel 1475 le dedicò la vittoria proclamandola “regina del torneo”. L’adorazione che in quell’occasione Giuliano dimostrò verso Simonetta (di cui poi diventerà anche amante) è stato messo in versi dal poeta Poliziano nell’opera Stanze per la giostra di Giuliano de’ Medici:

Né mosterrò già mai pietate ad ello
finché ne porterà nuovo trionfo:
ch’i’ gli ho nel cor diritta una saetta
dagli occhi della bella Simonetta.

Simonetta morì giovanissima di tisi oppure, si ipotizza, di polmonite. Ancora una volta la simpatia e l’affetto che la corte medicea le dimostrarono fu sensazionale: la sua salma, vestita di bianco, fu portata in corteo attraverso Firenze all’interno di una bara scoperta perché tutti potessero ammirarla e renderle omaggio un’ultima volta, una consuetudine riservata soltanto a personaggi di rilievo. Lorenzo de’ Medici nel Comento de’ miei sonetti ricorda così l’addio a Simonetta:

Da casa al luogo della sepoltura fu portata scoperta, a tutti che concorrono per vederla mosse gran copia di lacrime. De’ quali, in quegli che prima c’avevano alcuna notizia, oltre alla compassione nacque ammirazione che lei nella morte avessi superato quella bellezza che, viva, pareva insuperabile. […] Veramente in lei si verificava quello che dice il nostro Petrarca: ‘Morte bella parea sul tuo bel viso’.

Quando morì Simonetta aveva 23 anni e aveva lasciato Genova e la casa paterna da appena sei.

Il suo lascito più famoso è per la storia dell’arte. Botticelli la elesse sua Musa: il volto della Nascita di Venere è quello di Simonetta.

Botticelli si ispirò a Simonetta anche per la Primavera e per le sembianze di Minerva nel dipinto Pallade e il centauro. Le fece poi vari ritratti, alcuni mentre era in vita, altri quando lei era già morta.

La devozione di Botticelli nei confronti di Simonetta fu tale che il pittore volle essere seppellito ai piedi di lei nella Chiesa di Ognissanti (Firenze). Le spoglie di Botticelli sono ancora lì, la tomba di Simonetta invece se l’è portata via una delle tante piene dell’Arno.

Ritratto postumo di Simonetta Cattaneo realizzato da Sandro Botticelli
Ritratto postumo di Simonetta Vespucci, Sandro Botticelli (1476 circa)
Ritratto di Simonetta Vespucci, Sandro Botticelli (1480-1485 circa)

Caterina, l’amore che si fece servizio

Caterina Fieschi Adorno

Santa Caterina da Genova, Giovanni Agostino Ratti

Caterina nacque il 5 aprile 1447 a Genova da Francesca di Negro e Giacomo Fieschi, di famiglia patrizia da lungo tempo in lotta con gli Adorno per il predominio sulla città. L’accordo di pace tra le due famiglia, i Fieschi e gli Adorno, fu stipulato il 13 gennaio 1463, quando Caterina fu data in sposa a Giuliano Adorno.

Fin qui la vita di Caterina non fu dissimile da quella delle altre nobildonne dell’epoca: dapprima un’educazione di stampo tradizione, che consisteva nell’apprendere i classici latini e greci e i contemporanei Dante, Petrarca e Jacopone da Todi, e successivamente il matrimonio. Lo stravolgimento arrivò nel 1473. Il 24 marzo di quell’anno Caterina ebbe una visione mistica. Da quel giorno lei e il marito cambiarono vita. Si trasferirono in una modesta casa nei pressi dell’Ospedale di Pammatone, nel quartiere Portoria, che per circa cinque secoli (dal ‘400 ai primi del ‘900) fu il principale ospedale di Genova.

Caterina si mise al servizio dei poveri e degli ammalati, in ospedale e per le strade di Genova. Divenne persino Direttrice dell’Ospedale, una posizione notevole e inconsueta per una donna nel 1400.

Il marito, Giuliano Adorno, la sostenne sempre in questo percorso spirituale tanto da entrare lui stesso nel Terzo ordine regolare di San Francesco, aperto ai laici.

Caterina Fieschi Adorno morì nel 1510 e fu sepolta nella Chiesa della Santissima Annunziata di Portoria, oggi Chiesa di Santa Caterina da Genova.

Caterina fu beatificata il 6 aprile 1675 e nel 1737 canonizzata.

Maria, la ricchezza che si fece generosità

Maria Brignole Sale De Ferrari

Maria Brignole Sale De Ferrari, Duchessa di Galliera

Maria Brignole Sale nacque il 5 aprile 1811 a Palazzo Rosso, ultima discendente di una famiglia dai nobili natali. La madre era Artemisia Negrone. Il padre, Antonio Brignole Sale, era marchese di Groppoli e Ambasciatore. Risalendo l’albero genealogico, troviamo la Principessa di Monaco Maria Caterina Brignole Sale e la nonna paterna di Maria, Anna Pieri, dama di compagnia dell’imperatrice Maria Luisa, moglie di Napoleone.

A diciassette anni Maria sposò il marchese Raffaele De Ferrari, ricevendo dal Papa il titolo di Duchessa di Galliera e successivamente, nel 1875, quello di Principessa di Lucedio concesso dal Re d’Italia.

Grazie all’attività nel mondo bancario e agli investimenti nella nascente industria ferroviaria, Raffaele De Ferrari accrebbe notevolmente il proprio patrimonio e quello di Maria. Oltre l’Italia, fulcro dei suoi affari fu Parigi, dove Maria si trasferì volentieri, amando la vivacità della città e la società pariginina.

I coniugi De Ferrari trassero grande vantaggio dalla precaria situazione politica francese. Dopo i moti del 1848 e la morte nel 1850 di Luigi Filippo di Francia la famiglia reale, per evitare la bancarotta, fu costretta a vendere molte delle proprietà della corona. Il marito di Maria acquistò l’antico Hotel Matignon in Rue de Varenne 57, un edificio del XVIII secolo con il parco privato più grande di Parigi e che oggi è sede ufficiale del Primo Ministro. Maria si dedicò ad abbellirne i saloni con ritratti degli antenati dogi eseguiti da Antoon van Dyck e Hyacinthe Rigaud.

Nel 1858 Raffaele De Ferrari divenne senatore del Regno d’Italia e in questo ruolo finanziò opere di beneficenza e pubblica utilità tra cui l’ampliamento del porto di Genova con la costruzione dei moli Galliera, Lucedio e Giano.

Maria, rimasta vedova nel 1876 e senza figli cui trasmettere la sua eredità (Filippo, l’unico figlio sopravvissuto fino all’età adulta, rinunciò a ricchezze e titoli e ruppe ogni legame con i genitori) continuò l’opera filantropica del marito. Fondò l’Ospedale Galliera di Genova e il nosocomio San Raffaele di Coronata. Donò al Comune di Genova Palazzo Rosso e la preziosa collezione d’opere d’arte lì conservate. Lasciò in eredità alla città di Genova anche Palazzo Bianco. Oggi Palazzo Rosso e Palazzo Bianco, insieme a Palazzo Tursi in Via Garibaldi, costituiscono il complesso dei Musei di Strada Nuova, gioiello architettonico, artistico e culturale della città.

Maria Brignole Sale De Ferrari, Duchessa di Calliera, morì a Parigi il 9 dicembre 1888. La sua salma fu trasportata a Voltri per essere tumulata insieme a quella del marito nella cripta del Santuario della Madonna delle Grazie che lei stessa aveva riacquistato dallo Stato e reso ai cappuccini che ne erano legittimi proprietari.

Caterina, la semplicità che si fece immortalità

Caterina Campodonico

Il monumento funebre di Caterina Campodonico al cimitero monumentale di Staglieno

Popolana del quartiere genovese di Portoria, Caterina Campodonico (1804-1881), lavorava per pagarsi da vivere e perché aveva un sogno: un monumento nel Cimitero Monumentale di Staglieno, il più nobile e bello della città.

Lavorava come ambulante vendendo canestrelli e collane di nocciole, un portafortuna per gli innamorati. Cattainin dae reste era il suo soprannome.

Con i risparmi di una vita commissionò allo scultore Lorenzo Orengo il proprio monumento funebre, una statua in marmo che la raffigurasse con i suoi dolci e le sue collane di nocciole.

Al poeta dialettale Giambattista Vigo affidò l’epitaffio:

A sôn de vende raeste e canestrelli
All’Aguasanta, a-o Garbo, a San Çeprian
Con vento e sô, con aegua zù a tinelli,
a-a mae vecciaia pe asseguaghe ûn pan;
fra i pochi södi, m’ammugiava quelli
pe tramandame a-o tempo ciù lontan
mentre son viva, e son vea portoliann-a:
Cattainin Campodonico (a paisann-a)
MDCCCLXXXI
Da questa mae memoia,
se ve piaxe
voiatri che passaè
preghaeme paxe

Vendendo collane e ciambelle
all’Acquasanta, al Garbo e a San Cipriano
Con vento e sole e con acqua a catinelle
per assicurarmi un pane nella vecchiaia
fra i pochi soldi mettevo via
quelli per tramandarmi nel tempo
mentre son viva e son vera portoriana
Caterina Campodonico (la paesana).
1881
Da questa mia memoria se vi piace
Voi che passate pregatemi la pace

Il monumento funebre di Caterina Campodonico fu collocato a Staglieno, nel porticato inferiore a ponente, accanto ai mausolei di famiglie ricche e illustri. Sulla tomba di Cattainin dae reste ci sono sempre fiori freschi.

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