0 In Arte e cultura/ Libri, musica e cinema

Genova in 5 cantautori

Fabrizio De André a Genova

La scuola genovese della canzone d’autore italiana

Anni ‘60, Italia. Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Gino Paoli, Umberto Bindi e Fabrizio De André, s’impongono all’attenzione del pubblico. Sono giovani cantautori, voci nuove nel panorama della canzone italiana. Hanno carriere indipendenti, ma un passato in comune. Vengono tutti da Genova, chi ci è nato e chi si è trasferito in città da bambino con la famiglia: sono le punte di diamante della famosa Scuola genovese della canzone d’autore italiana.

Si tratta di un movimento artistico e culturale nato per caso nel capoluogo ligure. Scuola genovese è un nome che non si sono dati De André, Paoli e gli altri, ma che è stato loro attribuito in seguito, quando erano già “diventati qualcuno”. In origine erano solo un gruppo di ragazzi con la comune passione per la musica: si frequentavano per il piacere di trovare idee, gusti e interessi affini ai propri. Giorgio Calabrese, paroliere nato a Genova nel ‘29, raccontò così gli anni della Scuola genovese:

La Scuola genovese non esiste, non c’è mai stata, eravamo un gruppo di amici formato da Natalino Otto che era un po’ il capo in testa dell’epoca, poi c’erano i più anziani che eravamo io, Umberto Bindi e Franco Reverberi, Gino Paoli, Bruno Lauzi, Luigi Tenco, da ultimo Fabrizio De André che era del ’40, il più giovane di tutti. Avevamo gli stessi gusti, gli stessi modi di vedere e di sentire la musica. Ora, siccome Genova non è una metropoli ma è piccolina, tra gente che più o meno ha le stesse aspirazioni ci si annusa e ci si trova così, come i “cani da trifoli”, come si diceva una volta.

Dunque ognuno aveva il proprio stile, ma le idee e le influenze, quelle circolavano dall’uno all’altro. Leggevano gli autori della beat generation, Kerouac, Ginsberg, Burroughs, insieme agli italiani contemporanei come Pavese, Sbarbaro e Caproni, guardavano alla Francia, al jazz e al folk di Bob Dylan per la musica.

Gli esponenti della Scuola genovese – Tenco, Lauzi, Paoli, Bindi e De André – furono innovatori perché introdussero uno stile musicale più eclettico che in Italia ancora non si conosceva. Soprattutto fu rivoluzionario il linguaggio realista che scelsero per le loro canzoni. I loro testi parlano di politica, di guerra e d’emarginazione. Cantano di donne e d’amore e anche della vita degli invisibili e degli indesiderati, sovente allo stesso tempo. Adoperarono spesso il dialetto – quello genovese, s’intende – perché restarono sempre legati alla loro città. Ed è quindi così che ve li voglio raccontare, i cinque della Scuola genovese, con una passeggiata per Genova al ritmo delle loro canzoni.

Gino Paoli – Quattro amici

Spotify / Apple Music

La nostra passeggiata sulle tracce della canzone d’autore italiana comincia alla Foce, quartiere genovese affacciato sul mare in pieno centro città.  Qui, in via Casaregis all’angolo con via Cecchi, c’era il bar latteria Igea dove il gruppo della Scuola genovese soleva incontrarsi. Erano “quattro amici al bar”, come canta Gino Paoli nella canzone.

Si parlava con profondità di anarchia e di libertà […]
Si parlava in tutta onestà di individui e solidarietà
tra un bicchier di vino ed un caffè
tiravi fuori i tuoi perché e proponevi i tuoi però

Anni dopo il bar Igea fu rinominato Roxy Bar e oggi negli stessi locali si trova il Bar Mini Mixing.

Fabrizio De Andrè – Via Del Campo

Spotify / Apple Music

Pochi minuti a piedi e arriviamo nel centro storico. Passeggiamo per i vicoli, strade strette strette cuore pulsante di Genova. Ci fermiamo in Via Del Campo, quella resa famosa da Fabrizio De André.

De André, classe 1940, era originario di Pegli. I suoi genitori, entrambi piemontesi, si trasferirono in Liguria negli anni ‘30 quindi Fabrizio nacque a Genova. Negli anni dell’università (mai finita perché nel frattempo ottenne i primi contratti discografici) respirò a fondo l’atmosfera pulsante e “proibita” dei vicoli: scoprì la musica jazz, cominciò a suonare la chitarra e a cantare nel caffè-teatro La Borsa di Arlecchino (al piano interrato del Palazzo della Borsa) insieme agli amici Tenco, Bindi, Paoli e al pianista Mario De Sanctis. Sua compagna nel periodo 1960-61 fu una prostituta di Via Pré, Anna.

Certo anche in virtù del suo vissuto, De Andrè fu abile narratore, attraverso i testi delle sue canzoni, degli uomini e delle donne che vivono ai margini della società. Senza giudizi né compassione, abbracciò con naturalezza la loro quotidianità, celebrando quanto offrono di bello e onesto.

Dai diamanti non nasce niente

Dal letame nascono i fior

A Fabrizio De André è dedicato l’emporio-museo viadelcampo29rosso a Genova, che mira alla conservazione del patrimonio culturale e musicale della Scuola genovese.

Fabrizio De Andrè – Creuza de mä

Spotify / Apple Music

Sempre accompagnati da De Andrè imbocchiamo una creuza e scendiamo verso il mare.

La creuza (si pronuncia [ˈkrøːza]) è un viottolo stretto e verticale con ciottoli tondi ai lati e mattoni rossi al centro. In Liguria ce ne sono tantissime di strade così. Molte stanno nell’entroterra, altre portano al mare, come la creuza de mä di De Andrè, simbolo della vita costiera e riferimento poetico al fenomeno metereologico del mare calmo che sottoposto a refoli di vento assume striature argentate simili a magiche strade.

Fu decisamente un azzardo economico pubblicare a metà degli anni ‘80 un album interamente in dialetto, ma Fabrizio De Andrè scelse il ligure, che conosceva benissimo, consapevole di maneggiare una lingua arricchitasi di numerose parole provenienti da altri idiomi – arabo, greco, spagnolo, francese, inglese, ecc. – durante secoli di commerci e viaggi internazionali. Una lingua, in un certo senso, universale. 

L’album Creuza de mä di De Andrè, con l’omonima canzone in testa, fu un successo di pubblico e critica, annoverato al quarto posto tra i cento dischi italiani più belli di sempre secondo la rivista Rolling Stone.

Umberto Bindi – Vento di mare

Spotify / Apple Music

Respiriamo ancora un po’ la buona aria di mare. Umberto Bindi in Vento di mare ne evoca romanticismo e nostalgia:

La calma della sera

Il mare intorno a noi

Respira

Fiorisce un agave

Sulla scogliera

Dopo cent’anni

Lui, Bindi, nacque a Bogliasco nel 1932 e il mare lo conosceva bene come gli altri amici della Scuola genovese. Sul fronte musicale era il più preparato del gruppo: prediligeva arrangiamenti eleganti e melodici che avvicinavano il suo stile alla musica classica. Ebbe successo, ma incontrò comunque notevoli difficoltà nell’ambiente musicale, un po’ perché i compositori raffinati come lui sono poco richiesti, molto di più perché fu discriminato a causa della sua omosessualità.

Bruno Lauzi – Ma se ghe penso

Spotify / Apple Music

Bruno Lauzi – nato in Eritrea, cresciuto a Genova, sampdoriano – come gli altri della Scuola usò spesso il dialetto, per esempio per le sue due canzoni d’esordio A Bertoela e O frigideiro e per una struggente versione di Ma se ghe penso, storica canzone appunto in lingua genovese.

La canzone, datata 1925 e attribuita al cantautore Mario Cappello, narra la storia di un genovese emigrato in America Latina in cerca di fortuna. Dopo tanti anni all’estero pensa ancora alla sua Genova e vuole ritornare.

Ma o figgio o ghe dixeiva: “No ghe pensâ

a Zena cöse ti ghe vêu tornâ?!”

Ma se ghe penso alôa mi veddo o mâ,

véddo i mæ mónti e a ciàssa da Nonçiâ,

rivéddo o Righi e me s’astrenze o cheu,

véddo a Lanterna, a Cava, lazù o Meu…

Rivéddo a-a seja Zêna ilûminâ,

véddo la-a Fôxe e sento franze o mâ

e alôa mi pénso ancón de ritornâ

a pösâ e òsse dôve ò mæ madonâ.

Ma il figlio gli diceva: “Non ci pensare

a Genova perché ci vuoi tornare?!”

Ma se ci penso allora io vedo il mare,

vedo i miei monti e piazza della Nunziata,

rivedo il Righi e mi si stringe il cuore,

vedo la Lanterna, la cava, laggiù il molo…

Rivedo allala sera Genova illuminata,

vedo là la Foce e sento frangere il mare

e allora io penso ancora di ritornarea posare le ossa dove è mia nonna.

Alla fine il vecchio ci torna davvero a Genova: mi son nasciûo zeneize e… no me mòllo!

Bruno Lauzi (e Paolo Conte) – Genova per noi

Spotify / Apple Music

La nostra passeggiata sulle note della Scuola genovese della canzone d’autore italiana sta volgendo al termine. Mettiamoci allora nei panni di chi arriva a Genova non essendo genovese. Alcuni esponenti della Scuola, l’abbiamo visto, non erano di Genova ma ci si erano trasferiti bambini con la famiglia. È il caso di Bruno Lauzi che per primo incise la canzone Genova per noi scritta per lui da Gino Paoli.

Gino Paoli è piemontese, e come tale, racconta cos’è Genova per noi che la vediamo per la prima volta, che ci veniamo ogni tanto, che siamo forestieri, “che stiamo in fondo alla campagna e abbiamo il sole in piazza rare volte e il resto è pioggia che ci bagna”. È un misto di meraviglia e stupore di fronte ad una città bella, misteriosa, affascinante e pericolosa allo stesso tempo.

Luigi Tenco – Mi sono innamorato di te

Spotify / Apple Music

Altro piemontese è Luigi Tenco. Nacque e trascorse i primi anni a Cassine, in provincia di Alessandria, finché la madre, Teresa, si trasferì a Genova Nervi, da sola perché separata dal marito. E qui chiudiamo il cerchio perché dopo un anno la mamma di Tenco aprì il negozio di vini tipici piemontesi Enos in Via Rimassa alla Foce, vicinissimo proprio al bar Igea intorno al quale gravitava il gruppo della Scuola genovese e da dove noi siamo partiti.

Dal primissimo 33 giri di Tenco peschiamo allora un ultimo successo e lo dedichiamo a Genova: Mi sono innamorato di te!

You Might Also Like

No Comments

Leave a Reply